Il gene obeso

Dalla genetica una speranza per contrastare la tendenza a prendere peso

di GIULIA BIGIONI

Sappiamo per esperienza quanto impegno richieda il mantenere un peso forma invidiabile; l’esercizio fisico in primis e un attento controllo dietetico sono le armi che comunemente utilizziamo per affrontare questo nemico comune nelle società sviluppate. Ma gli sforzi e le fatiche non sempre sembrano condivisi da tutti, anzi per alcuni fortunati tutto sembra più facile.

Sicuramente non lo sanno, ma alcune varianti genetiche possono avere un ruolo protettivo nei confronti dell’obesità o più in generale aiutare nel contenere il sovrappeso, senza necessariamente richiedere un impegno così gravoso. Generalmente gli studi sulle mutazioni portano ad identificare una causa di malattia ma in questo caso è stato osservato che, versioni diverse e con una funzionalità ridotta di un gene, possono al contrario essere associate ad un buon stato di salute.

La spiegazione a questa evidenza ci viene suggerita da un nutrito gruppo di studiosi, di varie nazionalità, svedesi, inglesi, ma soprattutto americani, che in un recente studio pubblicato sulla rivista “Science” mostrano i risultati condotti su una popolazione di più di 640.000 soggetti, distribuiti in tre corti principali, nel Regno Unito, in Mexico e negli Stati Uniti.

Lo studio (https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/34210852/), di notevole impegno e condotto sull’intero esoma (la parte codificante del genoma), ha portato all’identificazione di 16 geni le cui varianti genetiche sono associate a valori tendenzialmente più bassi dell’indice massa corporea (BMI, Body Mass Index), un parametro per la valutazione dell’obesità, criticabile ma tuttavia ancora utilizzato. Tra le varianti geniche spiccano quella a carico delle proteine-G accoppiate ai recettori, una importante classe di proteine responsabili del funzionamento di buona parte dei recettori presenti sulla superficie cellulare. Le varianti, secondo questo studio, sono tutte espresse a livello dell’ipotalamo, facendo pensare che il controllo del peso avvenga a livello centrale. Tra le varianti più influenti sul valore del BMI, quella a carico del gene GPR-75, è risultata associata ad un peso mediamente inferiore, negli individui portatori della mutazione, inoltre questi soggetti avevano la metà delle probabilità di essere obesi rispetto ai soggetti con recettori funzionanti.

Queste osservazioni sono state poi confermate sperimentalmente in laboratorio. Topi di laboratorio portatori di copie non funzionanti della proteina, anche se nutriti con una dieta ricca di grassi, hanno guadagnato circa il 40% in meno del peso rispetto ai gruppi di controllo e hanno mostrato anche un migliore controllo glicemico e sensibilità all’insulina. Gli autori pur sottolineando che queste varianti non sono così comuni, circa una persona su 3000 sembra essere portatore, suggeriscono che questo fenomeno mette in evidenza una via metabolica importante, che potrebbe offrire un nuovo approccio farmacologico per il controllo dell’obesità.

Lo studio dell’obesità e delle sue cause ci rende consapevoli della gravità di questa pandemia a livello mondiale, e certamente pensare che tutto sia risolto con la pillola dei miracoli sarebbe riduttivo, ma la scienza ci aiuta a comprendere questi fenomeni patologici e ad avere il corretto approccio metodologico per comprendere la nostra biologia così complessa e affascinante.