Il rapporto con il cibo in tempo di coronavirus

In queste settimane caratterizzate dal confinamento all’interno delle nostre abitazioni, stiamo assistendo a tantissimi cambiamenti e tra questi il nostro rapporto con il cibo. Ma che cosa è cambiato? Lo abbiamo chiesto alla Dottoressa Paola Medde psicoterapeuta e consigliera dell’Ordine degli Psicologi del Lazio.

di OTTAVIO DI RENZO

“La nuova situazione nella quale ci troviamo ha portato tantissimi cambiamenti e la necessità di trovare nuove forme di organizzazione e tra queste quella che riguarda il nostro quotidiano rapporto con il cibo. Il cambiamento delle abitudini è avvenuto nelle scelte, negli orari, nella compartecipazione dei commensali. Abbiamo nuove scene e nuovi attori che si riuniscono insieme diversamente da come avveniva nell’era pre-Covid; scegliamo “nuovi” alimenti che prima non avevamo il tempo né di andare a comprare, né di preparare. In più c’è anche la dimensione familiare che ci vede tutti riuniti per almeno tre pasti al giorno e questo è assolutamente una cosa insolita soprattutto fino ad alcune settimane fa quando il nostro pasto principale avveniva fondamentalmente al bar sotto l‘ufficio, o quando i nostri figli erano a scuola delegando l’organizzazione del pasto dei piccoli alla mensa scolastica”.

Quali sono i principali elementi di cambiamento sopravvenuti e quali le conseguenze sui nostri comportamenti alimentari?

“La nostra vita è stata stravolta in molti settori questi stravolgimenti hanno avuto delle ricadute nel nostro rapporto con il cibo. Potremmo sintetizzare dicendo che sono tre i fattori più rilevanti: tempo, riduzione della libertà, assenza di stimoli. Il tempo a nostra disposizione è cambiato e questo cambiamento ha delle conseguenze sia fisiologiche che psicologiche ed entrambe condizionano in rapporto con il cibo. Dormire di più o di meno così come l’orario del risveglio ha degli effetti biochimici sulla fame/sazietà; avere più tempo a disposizione significa avere più tempo da “riempire”. Allora ecco che possiamo dedicarci in modo più appassionato alla preparazione di alimenti che non avevamo il tempo prima di preparare. A questo aggiungiamo il secondo fattore, quello della riduzione della libertà, che ha favorito un’attenzione esagerata verso il cibo perché, #iorestoacasa prevede solo un tipo di libertà senza violare i decreti governativi; la sola cosa che ci è rimasta legittimamente da fare, è quella di poter uscire per fare la spesa. È chiaro che il contesto generato ci renderà ancora di più concentrati sul cibo poiché è inteso come unica occasione di libertà e di svago. In più, la situazione di isolamento che noi viviamo dentro casa e che porta conseguentemente la perdita di altri stimoli, ci mette a rischio di una grandissima noia e non sappiamo che cosa fare. E questo terzo fattore, che possiamo genericamente definire noia, trova la sua cura nel mangiare, soprattutto junkfood”. 

Quali sono le motivazioni che ci fanno porre un maggiore interesse verso il cibo? Il cibo va a rispondere a dei bisogni che non sono però solo nutrizionali o calorici?

“Come prima accennato, i bisogni che ci spingono alla ricerca di cibo possono avere una duplice natura; possiamo parlare di fame biologica, quando la necessità di cibo è basata su deficit calorico/nutrizionali ed è necessario mangiare per garantire la sopravvivenza. È evidente che questa venga sufficientemente soddisfatta in questi giorni di lock-down. L’altra, definita fame nervosa o fame non biologica/emotiva, si manifesta per compensare altri bisogni che sono di natura emotiva. In questi giorni la noia, l’ansia, la preoccupazione sono stati emotivi che rischiano di sommergerci. Allora possiamo difenderci da queste emozioni negative pensando ad altro, concentrandoci sugli alimenti, mettendo in gioco le nostre capacità culinarie, cercando nuove ricette di controllare, organizzando il tempo insieme alla famiglia attraverso la preparazione di una pietanza. Attenzione però, perché insistere in questi comportamenti potrebbe aumentare il rischio, a medio termine, di sviluppare un rapporto alterato con il cibo, intendendo per questo quello che deve soddisfare un bisogno che è di natura diversa da quella nutrizionale. Il problema è che se continuassero le restrizioni in atto, noi potremmo costruire un’abitudine che sarà poi difficile da correggere nel tempo e ci vuole altrettanto tempo per poi poterla eliminare”.

Quali suggerimenti proporre?

“Alcune persone ricorrono a strategie che sono quelle di mettersi rigorosamente a dieta in quanto sono state private anche della palestra e di altri stimoli. Niente di più sbagliato. Mettersi a dieta, in questo momento, significa aggiungere alle restrizioni governative che non abbiamo scelto ma che ci sono state imposte, altre restrizioni, in quest’ultimo caso autoimposte. Ma la restrizione crea stress e frustrazione, aggiungendo altri problemi allo stress e frustrazione che già ci provengono dalla situazione esterna. La dieta oggi è assolutamente sconsigliabile. Quello che possiamo fare è, invece, agire in modo non drastico ma costante che significa essere attenti alle quantità (non esagerare) ma concedendoci il gusto del cibo e la soddisfazione della sua preparazione. Mantenendo il gusto ed esplorando nuovi sapori, ma senza esagerare nelle porzioni, avremo modo di mantenere sia il peso corporeo (un predittore dello stato di salute) che il sistema immunitario sempre però ricorrendo ad una giusta  e sana alimentazione”.