Quanto erano nutrienti i banchetti dei Romani antichi?

Claudia Cerchiai Manodori Sagredo e Laura Di Renzo sono le autrici del libro “Quanto erano nutrienti i banchetti dei Romani antichi?”  edito da “L’Erma” di Bretschneider che verrà presentato il prossimo Venerdì 31 Maggio alle ore 15:30, nella sala della Biblioteca della Sede della Stampa Estera, in via dell’Umiltà 83 a Roma.

Alla presentazione prenderanno parte, oltre alle autrici, il Prof. Antonino De Lorenzo, Professore Ordinario di Nutrizione clinica, Direttore del Dipartimento di Biomedicina e Prevenzione dell’Università degli studi di Roma Tor Vergata, il Prof. Paolo Carafa, Professore Ordinario di Archeologia Classica, Dipartimento di Scienze dell’Antichità, Università di Roma Sapienza, il Dott. Enrico Cinotti, vicedirettore del mensile dei consumatori “il Salvagente”; il giornalista della Stampa Estera Alfredo Tesio modererà la tavola rotonda.

Si potrebbe pensare che considerato il lungo tempo che ci separa dal mondo romano antico, l’alimentazione fosse diversa. Leggendo i testi degli antichi autori latini che sono stati scelti (Ovidio, Orazio, Marziale, Giovenale, Apuleio, Catullo, Plinio il Giovane, ecc.), relativi ai banchetti, ci accorgiamo, forse con stupore, che i cibi erano né più né meno quelli che troviamo sulle nostre tavole. A volte erano presentati in una regolata successione: antipasto, piatto principale, seconde mense o “dessert” come diremmo oggi che per Orazio era composto da “frutta, noci, fichi misti a datteri secchi, prugne e mele profumate, grappoli d’uva raccolti da viti purpuree. Al centro un candido favo”.

Altre volte, invece, erano disposti tutti insieme sulla tavola: antipasti e primo, in modo da prendere a scelta, per poi passare alle seconde mense dove erano presenti, in abbondanza, frutta fresca e secca e vino per allungare il banchetto, momento in cui si discorreva in tutta tranquillità, quando c’era il piacere di prolungare la notte e, per dirla con Orazio, di lasciare che le lucerne rimanessero accese fino all’alba.

Leggiamo così, con piacere, che sulle tavole dei romani antichi c’erano la lattuga, la bieta, i cavoli, le salsicce, la farinata, le pallide fave con il lardo rossastro che sobbollivano nel recipiente di rossa terracotta, i porri, i ceci e le  lagane (una pasta fresca senza uova gustata con ceci come minestra) e poi le triglie prelibate, le spigole, i rombi, i funghi, le murene, le lumache ed altri cibi a noi ben noti ma, mentre oggi noi prestiamo attenzione al grado nutrizionale di quello che mettiamo nei nostri piatti e presentiamo nei nostri pranzi o nelle nostre cene, altrettanto non facevano gli antichi.

In una lettera di Plinio il Giovane ad un amico che non aveva accettato il suo invito per una cena descrive cosa si era perso: “Avevo già fatto apprestare: un piatto di lattuga a testa, tre lumache e due uova ciascuno, una focaccia di spelta accompagnata da vino melato e da neve, delle olive, delle barbabietole, zucchini, cipolle ed altre mille portate non meno succulente”.

Per i romani c’era il piacere di mangiare, soprattutto fuori di casa, perché quando si era ospiti il cibo era più abbondante. C’era, inoltre, il piacere di presentare nel migliore dei modi il cibo, facendo anche attenzione ai vini che, come vediamo in Apuleio, la pudica consorte provvede che siano privi di feccia dovendo predisporre, per l’arrivo dell’amante, una cena più ricca, caratterizzata da alimenti esclusivamente di origine animale dall’apporto calorico particolarmente elevato.

Anche i banchetti presentati da Marziale ai suoi amici, nonostante gli ottimi contorni di verdure, presentano elevati indici di aterogenicità, di trombogenicità e di qualità lipidica che avrebbero avuto una migliore qualità nutrizionale con un aumento dell’indice di adeguatezza mediterranea se ortaggi e frutta fossero stati consumati in quantità maggiore. In un epigramma ecco per Marziale un menù ideale: “Se sei solito prendere l’aperitivo, non ti mancheranno modeste lattughe e porri dal forte odore; avrai anche fette di tonno nascoste dentro pezzetti d’uovo. Ti sarà presentato, su uno scuro piatto, un verde cavolo colto or ora nel freddo orto, che dovrai prendere scottandoti le dita, una salsiccia adagiata sopra una bianca farinata, delle bianche fave con rosso lardo … Ti saranno dati grappoli di uva passa, le pere che chiamano di Siria e quelle castagne cotte a fuoco lento, creazione della dotta Napoli … puoi contare su ottime olive, maturate poco fa su alberi piceni, ceci caldi e tiepidi lupini. La mia cena è modesta – chi potrebbe negarlo?”

L’elevato indice di adeguatezza mediterranea, che rende la cena di Orazio al 100% mediterranea e salutare, prevedeva solamente porro, ceci e lagane: forse un piatto unico sotto forma di zuppa, ricco di vitamine, sali minerali, saponine ed elevate quantità di fibre che attende il poeta, a sera, a casa, dopo che da solo, in un lento girovagare per l’Urbe, si era interessato del prezzo delle verdure e del farro.

I Romani antichi mangiavano alcuni cibi perché, per esperienza personale, sapevano che “facevano bene”, come il pane integrale che Scissa preferisce a quello bianco, peraltro ambito, ma se un cibo avanzava da un banchetto precedente non esitavano a presentarlo comunque anche se si fosse trattato soltanto mezza triglia o di una coscia di pollo.

È così, dunque, che il lavoro attento di un’archeologa e di una scienziata, esperta di genomica nutrizionale, ci consente ora di entrare in quel mondo che comunque conosciamo ma non sotto questo particolare aspetto e la fusione di queste due scientificità consentirà una lettura tanto interessante quanto piacevole, dove le illustrazioni di cibi attuali permettono una visione antica e moderna insieme.    

“Quanto erano nutrienti i banchetti dei Romani antichi?”. Ed. “L’Erma” di Bretschneider. Aprile 2019

http://www.lerma.it/index.php?pg=ElencoTitoli&key=&key=quanto%20erano%20nutrienti&ns=1&dc=1