Frutti dimenticati: le sorbe

È uno dei frutti ‘antichi’ più ricchi di proprietà benefiche, spariti sia dalla nostra memoria che dalla nostra tavola, questi frutti, oggi considerati ‘minori’, in un tempo non lontanissimo erano preziosi perché garantivano un’ottima riserva (gratuita) di cibo e perché crescevano spontaneamente nelle campagne e nelle radure, regalando raccolti abbondanti

di CARMEN COLICA

Sono dei piccoli frutti autunnali, simili a bacche sferiche o, quando la loro forma è allungata, a delle piccole pere, dal sapore acidulo che, quando ben mature, diventa dolciastro.

Sono frutti talmente ‘dimenticati’ che il loro nome è incerto e cambia a seconda del luogo, variando da sorbe a sorbole a zorbi. Eppure, questi frutti – come si è verificato per le giuggiole – sono rimasti, a testimonianza della loro passata ‘gloria’, nei modi di dire: in dialetto bolognese, l’esclamazione sorbole! indica stupore, meraviglia, sorpresa. Le sorbe sono prodotte da diverse specie di alberi – appartenenti alla famiglia delle Rosaceae – del genere Sorbus; le più diffuse sono S. domesticaS. ariaS. torminalis S. Chamaemespilus e S. aucuparia. Quest’ultimo è conosciuto come  sorbo degli uccellatori, infatti, poiché gli uccelli sono ghiotti dei suoi frutti, è luogo di appostamento dei cacciatori. Il sorbo, che  ha origini europee ed è tipico delle regioni con clima relativamente freddo, è un albero deciduo, a crescita lenta, longevo (può vivere sino a 5 secoli), può arrivare a quindici metri di altezza, fiorisce a maggio-giugno con appariscenti fiori bianchi a grappolo, melliferi (visitati dalle api), da cui originano frutti che giungono a maturazione in autunno e perdurano sulla pianta anche quando le foglie – diventate dapprima di un acceso giallo oro e poi di un rosso intenso – sono cadute.

Le sue origini, sono molto antiche, assieme al corbezzolo, è stato uno dei primi alberi i cui frutti costituivano un prezioso alimento commestibile per le popolazioni primitive europee prima ancora che divenissero stanziali e iniziassero a coltivare. È stato uno  dei primi alberi da frutto piantati vicino alle capanne dei villaggi preistorici. Il sorbo, con il melograno e la vite, fu una delle prime  piante da frutto coltivate lungo il bacino del Mediterraneo, per poi diffondersi nel resto dell’Europa.

Gli antichi romani apprezzavano le sorbe, nominate da Plinio; Virgilio nelle “Georgiche” spiega come  si usava far fermentare le sorbe con il grano per poter poi ottenere una bevanda alcolica fermentata simile al sidro che veniva chiamata cerevesia. Il nome sorbo richiama il latino sorbus di etimologia incerta, forse deriva dal celtico sor che significa aspro, forse dall’indoeuropeo sor-bho che vuol dire rosso (dal colore dei frutti) o, probabilmente, dal verbo sorbeo  che ha come significato bere, assorbire in riferimento al fatto che i suoi frutti fortemente astringenti arresterebbero i disturbi intestinali come la diarrea. Questa e altre sue proprietà erano conosciute già sin dall’antichità, ad es. Dioscoride e Galeno, due famosi medici greci vissuti rispettivamente nel I e II secolo dopo Cristo, impiegavano le sorbe non tanto come frutta ma come rimedio medicamentoso.

Il sorbo era sacro alle popolazioni celtiche e germaniche che lo piantavano nelle vicinanze delle case perché lo ritenevano un albero sacro, un ponte tra l’umano e il divino, capace di scacciare le streghe e di preservare dai malefici, consideravano il  suo frutto un efficace baluardo contro i sortilegi e i fulmini e per questo motivo ne appendevano un ramo fruttifero sulla porta di casa per assicurarne la protezione. Il suo legno veniva usato per fare armi come archi e balestre o attrezzi domestici, come fusi per filare o viti per torchi, perché duro e finissimo. In tempi di carestia dai suoi frutti si poteva ricavare una farina che veniva  mescolata con quella di grano più costosa. Nelle leggende popolari di età medievale, la sorba matura veniva considerata un portafortuna per merito delle intense tonalità rosse della sua buccia che si credeva avessero il potere di allontanare miseria e povertà. Dante Alighieri, nell’Inferno, lo cita come frutto aspro, in contrapposizione al fico, che ha frutti dolci. Un tempo i suoi frutti venivano raccolti e se ne facevano marmellate e sciroppi, specie nei paesi del Nord Europa, venivano usati per aromatizzare la  birra. Dalle sorbe si ricava ancora oggi un liquore chiamato “Sorbolino”, in voga sin dal ‘600, molto apprezzato dalla nobiltà del tempo.

Dopo la seconda guerra mondiale, con lo spopolamento delle campagne, si perdette molto dell’antico sapere contadino, i ritmi della vita moderna, sempre più frenetici, non sono compatibili con quelli della natura. In particolare il sorbo ha una crescita lenta e i suoi frutti non possono essere gustati appena colti, poiché risulterebbero aspri, infatti, le sorbe si raccolgono a fine settembre-ottobre, ma non si consumano prima di novembre, perché occorre aspettare che il frutto diventi scuro (si ammezzisca) per poter godere del suo dolce sapore. Le sorbe sono citate in un proverbio: “Col tempo e con la paglia si matura la sorba e la canaglia”   in cui la saggezza popolare indica che bisogna saper aspettare.

Le sorbe sono poco caloriche – 100 g di frutti maturi forniscono appena 68 kilocalorie –  e contengono molte sostanze benefiche che le rendono diuretiche, astringenti, antinfiammatorie, tonificanti e rinfrescanti. Sono composte per l’81 % di acqua, il 10 % di zuccheri, l’1,4 % di proteine, il 5,4 % di fibra alimentare (pectina), lo 0,2 % di grassi e lo 0,8 % di ceneri. Sono ricche di antiossidanti, fibre, vitamina C, A, B1, B2, B3, calcio, sodio, potassio e magnesio, oli essenziali, flavonoidi, acido malico, tartarico, citrico e sorbico (che ha proprietà antibatteriche) e di sorbitolo, uno zucchero che può essere trasformato dall’organismo senza l’intervento dell’insulina. I frutti immaturi contengono tannini sostanze astringenti che aiutano in caso di disturbi intestinali. Il succo delle sorbe può essere utilizzato in cosmesi per normalizzare le pelli grasse.

Unica controindicazione, i semi contengono un glicoside cianogenico che a contatto con l’acqua produce acido cianidrico, un composto altamente tossico. Se assunti a piccole dosi possono apportare benefici alla respirazione, ma ad alte dosi possono procurare insufficienza respiratoria ed anche gravi complicazioni.

Per questo motivo è bene eliminare i semi prima di utilizzare i frutti, oppure tostarli per preparare una bevanda simile al caffè, i semi, infatti, perdono la loro tossicità con il calore.

Il sorbo viene utilizzato anche in erboristeria, sotto forma di tintura o olio essenziale, per le proprietà protettive delle vene, nei casi di problemi di circolazione di ogni tipo, quali varici o emorroidi.

È un peccato che una tale ricchezza stia andando perduta!

Sitografia

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