Quanto l’essere vegetariani protegge dalle malattie croniche non trasmissibili?

Il rischio di insorgenza di malattie croniche non trasmissibili si dimezza nei soggetti che conducono una dieta plant-based

di ALDA ATTINÀ

Le malattie croniche non trasmissibili (MCNT) comprendono una serie di patologie non infettive i cui fattori di rischio sono correlati ad eventi cardio-metabolici ben espressi nella popolazione mondiale. La prevenzione, tra cui lo stile di vita vegetariano, risulta una delle armi più importanti per sconfiggere la diffusione delle MCNT che attualmente causano circa il 60% dei decessi world-wide. Quasi la metà può essere prevenuta con una corretta alimentazione.

La bibliografia è ormai sorgente di studi che correlano pattern alimentari all’incidenza di disturbi cardiovascolari che ricoprono la percentuale maggiore tra le MCNT. Le rilevazioni dell’Istituto Superiore di Sanità indicano che il 44% del totale dei decessi in Italia è provocato da eventi cardiaci. Il risultato comune è la diretta correlazione tra una dieta plant-based e la riduzione di eventi come infarto, ictus e ipertensione arteriosa (https://jamanetwork.com/journals/jamainternalmedicine/fullarticle/2540540).

Mass media e testate divulgative giornalistiche possono fare confusione sul concetto di plant-based diet. Occorre chiarezza. Inizialmente, il regime alimentare basato su cibi vegetali ha eliminato i classici alimenti processati e industriali come farina bianca per pane, pasta e prodotti da forno e zuccheri semplici. Ma, gli stili alimentari plant-based sono in continuo aumento, insieme alle numerose sfumature che li caratterizzano.

Il semi-vegetariano è un regime dietetico prettamente statunitense che vede un aumento delle porzioni di vegetali e legumi e una riduzione di carne, pesce, uova e formaggi. Essere latto-ovo-vegetariani indica dei soggetti vegetariani che continuano a consumare alimenti come latte, prodotti lattiero caseari e uova. Per ultimo, i pesco-vegetariani hanno eliminato carne rossa e bianca dalla loro alimentazione, includendo però il pesce e i frutti di mare. Tra i plant-based, il veganesimo è il più restrittivo vista la totale abolizione di cibi animali (sia pesce che carne) e derivati, con la mozione su base etica circa lo sfruttamento a scopo alimentare di esseri viventi.

Uno studio di Song e colleghi del 2016, pubblicato su JAMA, rivela come il maggior beneficio della riduzione delle proteine animali sia la netta diminuzione di mortalità da malattie non trasmissibili di tipo cardiovascolare, metabolico e neoplastico (circa il 21% in meno).

Nonostante ciò, non tutte le diete vegetali sono ugualmente salutari. Noi abbiamo scelto la migliore in termini di funzionalità nutrizionale in quanto completa di macronutrienti e microelementi che il nostro organismo necessita. Si tratta di una dieta plant-based che include cereali integrali, possibilmente di grani antichi, acidi grassi mono e polinsaturi da fonti vegetali come l’olio extra vergine di oliva, almeno 3 porzioni al giorno di verdura e ortaggi di vario colore e 2 di frutta fresca di stagione con un’aggiunta di circa 20g di frutta secca al dì tra noci, nocciole, mandorle e pinoli. Pesce? Se piace è consentito 2-3 volte la settimana in porzioni modiche per garantire l’apposto di acidi grassi polinsaturi omega-3 protettivi contro le patologie neuro-degenerative e ad azione lipo-normalizzante.

Non basta essere vegetariani. Serve la funzionalità.

Il nostro messaggio: come suggerisce Pollan, “Eating food, not too much and mostly plants” – Mangia cibo, non troppo e soprattutto vegetali!

Bibliografia

Pollan M. Unhappy meals. The New York Times 27 January 2007. http://www.nytimes.com/2007/01/28/magazine/28nutritionism.t.html. Accessed on June 1, 2017.

Song M, Fung TT, Hu FB, et al. Association of animal and plant protein intake with all-cause and cause-specific mortality. JAMA Intern Med 2016; 176:1453