Additivi alimentari, a volte necessari, a volte superflui, spesso dannosi

Ampiamente utilizzati dalle industrie alimentari, anche se autorizzati dalle normative, non sono poi così innocui

di CARMEN COLICA

I cosiddetti consumatori – cioè noi tutti che andiamo a fare la spesa (che sia all’alimentari sotto casa o al super-iper-mercato della GDO, Grande Distribuzione Organizzata) – sono sempre più attenti ed informati e leggono spesso le etichette apposte sui cibi preconfezionati: merendine, conserve, inscatolati, surgelati e così via. Una voce quasi sempre presente riguarda gli additivi alimentari, sostanze così definite dal Regolamento CE (Conformità Europea) n. 1333/2008 “qualsiasi sostanza abitualmente non consumata come alimento in sé e non utilizzata come ingrediente caratteristico di alimenti, con o senza valore nutritivo, la cui aggiunta intenzionale ad alimenti per uno scopo tecnologico nella fabbricazione, nella trasformazione, nella preparazione, nel trattamento, nell’imballaggio, nel trasporto o nel magazzinaggio degli stessi, abbia o possa presumibilmente avere per effetto che la sostanza o i suoi sottoprodotti diventino, direttamente o indirettamente, componenti di tali alimenti”. In pratica sono sostanze deliberatamente aggiunte ai prodotti alimentari per svolgere determinate funzioni, quali colorare, dolcificare, conservare o migliorarne le qualità organolettiche, in ultima analisi per prolungare la vita di scaffale e l’appetibilità dei cibi industriali.

Soltanto gli additivi alimentari indicati nella normativa europea – inclusi nell’elenco degli additivi alimentari autorizzati, identificati con un codice costituito dalla lettera E, seguita da un numero progressivo di 3 o 4 cifre – possono essere aggiunti agli alimenti, a determinate condizioni; prima di essere aggiunti agli alimenti, infatti, gli additivi devono rispettare determinati requisiti di purezza fissati dall’Unione Europea (UE). In alcuni prodotti alimentari, come pasta, olio di oliva, miele l’impiego degli additivi non è consentito, perché non giustificato dal punto di vista tecnologico. Anche se ritenuto non nocivo, l’additivo non è consentito se non è necessario. In altri alimenti l’impiego degli additivi è molto limitato. Per prodotti alimentari non trasformati, come il latte, gli ortofrutticoli freschi, la carne fresca e l’acqua sono autorizzati solo alcuni additivi. Più un alimento è trasformato più aumenta il numero di additivi autorizzati e utilizzati. Snack, salse e dessert sono alcuni dei prodotti che necessitano di più lavorazione, per cui è consentito l’impiego di più additivi alimentari.

Negli ultimi decenni, a seguito dell’evoluzione tecnologica, l’uso degli additivi alimentari si è esteso notevolmente, anche se l’impiego di additivi trova le sue origini in tempi remoti. In epoca pre-industriale si utilizzavano metodi di conservazione degli alimenti quali: salatura delle carni e del pesce, aggiunta di succo di limone a frutta e verdura per evitarne l’imbrunimento, impiego di aceto nella preparazione di conserve vegetali, aggiunta di salnitro nelle carni insaccate, solfitazione dei mosti e dei vini. Tali forme di additivazione derivavano dall’esperienza e venivano tramandate, anche se non erano prive di rischi. Infatti, sono noti episodi di intossicazione causati da ingestione di alimenti preparati artigianalmente. L’aggiunta di additivi rappresenta, pertanto, un’esigenza tecnologica conseguente all’evoluzione industriale e al mutare delle abitudini alimentari, che hanno enormemente influenzato il ciclo produttivo e distributivo degli alimenti. Oggi la produzione, lo stoccaggio e la distribuzione dei prodotti alimentari possono essere realizzati in aree geografiche molto distanti e ciò è possibile grazie all’uso degli additivi. Molti additivi sono costituenti naturali di alimenti, come l’acido citrico, la lecitina, le pectine, i tocoferoli, molti altri sono invece composti chimici di cui è stata valutata la sicurezza d’uso, di cui sono stati fissati i requisiti di purezza chimica e il cui uso è consentito solo nel caso di documentata esigenza tecnologica. Secondo la legislazione italiana che si attiene alle linee guida dell’UE è possibile aggiungere gli additivi alimentari rispettando la Dose Giornaliera Ammissibile (DGA), calcolata, secondo le conoscenze attuali, valutando la quantità di additivo che può essere aggiunta ogni giorno alla dieta delle persone in modo tale che nell’arco della vita non porti alla comparsa di effetti indesiderati.

Il problema è che la DGA è calcolata per ogni singolo additivo, ma non è stato sufficientemente studiato il possibile effetto sinergico dei diversi additivi presenti in uno stesso prodotto, inoltre, bisogna prendere in considerazione che la DGA può essere facilmente oltrepassata consumando più prodotti industriali nella stessa giornata. Un altro rischio da calcolare con attenzione è l’interazione con gli altri ingredienti presenti nell’alimento che potrebbero creare sostanze pericolose, tossiche o comunque non  salutari per l’uomo. Ad esempio le nitrosammine, sostanze cancerogene che si formano dall’unione dei nitrati (additivi) con le ammine già presenti negli alimenti stessi. Inoltre, studi su alcuni additivi di sintesi chimica evidenziano effetti dannosi sulla salute.

Alcuni studi hanno evidenziato, nei topi, correlazioni tra due comuni emulsionanti – il polisorbato 80 e la carbossimetilcellulosa – e l’alterazione del microbiota intestinale e l’insorgenza di uno stato di infiammazione cronica dell’intestino; condizioni che, oltre a favorire l’accumulo di grasso provocano nei topi maschi acutizzazione di alcuni comportamenti di tipo ansioso, mentre nelle femmine riducono le interazioni sociali. Queste alterazioni comportamentali sono conseguenza di un mutamento nell’espressione di alcuni neuropeptidi implicati nella regolazione dell’alimentazione e nei comportamenti sociali.

Che ci sia uno stretto collegamento tra microbiota intestinale, composizione corporea, disordini alimentari e comportamentali è stato evidenziato in diversi studi; è ormai acclarato che l’alimentazione ha un ruolo fondamentale nello stato di salute psicofisico dell’individuo e, nonostante le regolamentazioni sempre più severe e restrittive, la parola additivo suscita, a quanto pare giustificatamente, nel consumatore atteggiamenti di diffidenza. Sono sempre di più le persone che si orientano verso il biologico o gli alimenti a km 0, o che, comunque, tendono a scegliere alimenti nella cui etichetta la lista degli ingredienti è priva, o quasi, di additivi. Diverse industrie alimentari hanno captato questa propensione e hanno iniziato a pubblicizzare e inserire sul mercato prodotti completamente, o quasi, senza additivi, ci si auspica che, presto, anche la legislatura si adegui e anteponga davvero la salute pubblica agli interessi economici.

Bibliografia

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Sitografia

http://www.salute.gov.it

www.cure-naturali.it