Non solo glutine. I FODMAPs i veri colpevoli

Sarebbero i FODMAPs a causare i disturbi gastrointestinali tipici della sindrome del colon irritabile

di CARMEN COLICA

La celiachia è una malattia immunitaria causata da una reazione alla gliadina, una prolammina (proteina del glutine) presente in quasi tutti i cereali – ma può essere rilevata in quantità significative anche in altri prodotti come farmaci, multivitaminici e integratori, burro di cacao e finanche in prodotti di cartoleria e cancelleria – che provoca una risposta immunitaria così aggressiva da causare gravi danni all’intestino tenue, distruggendo i villi intestinali, le piccole protuberanze che costituiscono la mucosa intestinale, interferendo, quindi, con l’assorbimento dei nutrienti presenti negli alimenti.

I celiaci, anche se apparentemente si alimentano con regolarità, manifestano sintomi da malnutrizione, che comprendono: ritardo della crescita nei bambini, mal di stomaco, gonfiore e dolore addominale, diarrea, vomito, costipazione, feci pallide, maleodoranti o oleose, dimagrimento. Inoltre, possono presentarsi irritabilità, astenia, emicrania, anemia sideropenica apparentemente inspiegabile, riduzione del volume della milza, dolore alle ossa o alle articolazioni, artrite, fragilità ossea o osteoporosi, depressione o ansia, parestesie degli arti (formicolio e intorpidimento delle mani e dei piedi), convulsioni, alterazione del ciclo mestruale, assenza di mestruazioni, sterilità o aborti spontanei ricorrenti, stomatite aftosa, dermatite erpetiforme, problemi al fegato e tumori dell’intestino. Le persone affette da celiachia potrebbero anche non presentare alcun sintomo, ma, sul lungo periodo, possono comunque sviluppare complicazioni. In alcuni casi ad innescare i sintomi sembra essere un qualche evento o condizione occasionale, ad esempio: interventi chirurgici, gravidanza, parto, gastroenterite batterica, infezione virale, forte stress. Pare che l’insorgenza possa essere anche iatrogena (causata da farmaci).

La celiachia è una malattia genetica piuttosto frequente, i celiaci costituiscono l’1 % della popolazione (ma si stima che molti casi non siano diagnosticati), un altro 10-15 % è rappresentato da soggetti che presentano intolleranza al glutine o NCGS (Non-Coeliac Gluten Sensitivity). Molti sintomi della celiachia sono simili a quelli della sensibilità al glutine. La ricerca è tuttora particolarmente viva su questa condizione, riconosciuta da non molto tempo dalla comunità scientifica.

Di recente, negli alimenti contenenti glutine e non solo, sono stati individuati, da un team di ricercatori australiani, altri nutrienti che causano dolore addominale, gonfiore e alterazione del transito intestinale, tipici sintomi della sindrome del colon irritabile (Irritable Bowel Syndrome, IBS): si tratta di carboidrati a catena corta, FOS (Fruttosil-Oligo-Saccaridi o fruttani) e GOS (Galattosil-Oligo-Saccaridi), che compongono i FODMAPs (Fermentable Oligosaccharide, Disaccharide, Monosaccharide And Polyol à oligosaccaridi, disaccaridi, monosaccaridi e polioli fermentabili) scarsamente assorbiti nell’intestino tenue e fermentati nel colon.

Secondo questi studiosi, sarebbero i FODMAPs e non il glutine a causare i disturbi gastrointestinali sia nei gluten-sensitive che nei soggetti con IBS, pertanto hanno elaborato una dieta low FODMAP, indicata come terapia di prima scelta per controllare i sintomi gastrointestinali indesiderati. Il team australiano ha dimostrato che in almeno 10 studi clinici la dieta a basso contenuto di FODMAPs era efficace nel 50-80 % dei pazienti e migliorava la qualità della vita. Questo regime alimentare limitava l’assunzione di FODMAPs riducendo il consumo di determinati alimenti: in particolare il fruttosio presente in frutti (mango, mela, pera, frutta secca), sciroppi (di agave, di mais, miele), ortaggi (cipolla, aglio, carciofo); il lattosio in latte e derivati (yogurt, gelato, formaggi molli); i FOS nei cereali (pane, pasta, biscotti), cipolle; i GOS in frutta secca (pistacchi, anacardi) e legumi; il sorbitolo in frutti (mela, pera, avocado) e in alcuni prodotti dolciari (gomme, lecca lecca); infine il mannitolo in ortaggi (funghi, cavolfiori, piselli) e alcuni pani lievitati.

È evidente che eliminare tutti questi alimenti dalla dieta a lungo andare causerebbe carenze alimentari notevoli – anche perché FOS e GOS sono prebiotici, cioè sostanze organiche in grado di favorire la crescita della flora batterica intestinale – quindi sono stati elaborati alimenti a basso contenuto di FODMAPs. Per esempio, il pane di grano e segale, ad alto contenuto di FODMAPs, è stato combinato con due lieviti: Kluyveromyces marxianus, produttore di inulinasi che agisce sull’inulina e Saccharomyces cerevisiae che rilascia fruttanasi, riduttore dei fruttani. Questi lieviti, assieme al probiotico Lactobacillus casei, sono stati utilizzati anche per degradare il glutine del pane. La dieta low FODMAP ha, in genere, una durata di 2-6 settimane. Una volta che i sintomi sono ridotti o scomparsi si può procedere al reinserimento graduale e controllato dei cibi ad alto contenuto di FODMAPs, anche se il consumo deve comunque essere sempre tenuto sotto controllo.

https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/28760445

https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/24885375

https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/30388591