Agricoltura “ evolutiva ”

Un metodo naturale per selezionare le coltivazioni, una valida alternativa agli Organismi Geneticamente Modificati

di CARMEN COLICA

Nell’agricoltura moderna si utilizzano sementi appartenenti ad una singola varietà che viene selezionata dalle aziende sementiere per le sue peculiarità: come la produttività, le caratteristiche del prodotto che genera, la resistenza alle malattie o agli stress biotici (per es. parassiti) e/o abiotici (clima ostile, inquinamento), a volte, per ottimizzare le caratteristiche desiderate della coltivazione, si utilizza l’ingegneria genetica, alterando il genoma degli organismi vegetali. Oltre alle conseguenze, ancora da verificare appieno, sulla salute umana, una conseguenza ovvia è che il materiale genetico delle coltivazioni, siano esse cereali, ortaggi o frutta, diviene uniforme.

Accanto a questo approccio all’agricoltura, che è quello più in uso, ce ne è un altro, che si potrebbe definire di nicchia, che utilizza miscugli di semi di varietà diverse della stessa specie. Le varietà, una volta piantate, si incrociano in maniera naturale e vengono selezionate naturalmente dalle caratteristiche pedo-climatiche del luogo, diventando così una popolazione (perché le varietà all’inizio distinte si scambiano i geni), che si evolve adattandosi sempre meglio a quel particolare luogo. Quindi, una popolazione evolutiva non è altro che una mescolanza di tante varietà diverse della stessa specie.

L’idea di seminare più varietà non è nuova per la scienza, per esempio, un lavoro scientifico pubblicato nel 1938 dall’Università della California (a cui ne sono seguiti altri, nel corso degli anni, provenienti da varie fonti), testimonia come questa strategia di mescolare sia uno strumento efficace dal punto di vista agronomico per contrastare malattie e insetti. È un processo di miglioramento genetico partecipativo-evolutivo, infatti, secondo la teoria dell’evoluzione, una popolazione evolutiva supera facilmente malattie, specie infestanti o cambiamenti climatici perché tra gli individui che la compongono ce ne sarà sempre una parte che resisterà e si riprodurrà, trasmettendo alla discendenza le proprie caratteristiche di resistenza e capacità di adattamento. Le popolazioni evolutive, rispondendo meglio agli stress, non hanno bisogno di agro-farmaci e neppure del diserbo, perché la taglia alta e probabilmente anche la diversità a livello delle radici, le rende competitive nei confronti delle infestanti, per questo sono ideali nel biologico.

Questa teoria, di recente, è stata applicata con successo da Salvatore Ceccarelli, genetista agrario di fama internazionale, che nel 2008 ad Aleppo ha mescolato un migliaio di tipi di semi di orzo e li ha portati ad alcuni agricoltori in cinque paesi diversi: Siria, Algeria, Eritrea, Giordania e Iran. Il risultato è stato subito un raccolto abbondante, che poi è stato distribuito ad altri agricoltori, e le sementi così selezionate sono state diffuse. L’anno successivo ha ripetuto la procedura mescolando 700 tipi diversi di frumento duro e 2000 tipi diversi di frumento tenero. Con gli anni queste tre popolazioni si sono moltiplicate, hanno viaggiato per tutto il Medio Oriente e nel 2010 sono arrivate e hanno cominciato a diffondersi in Italia. Una diffusione avvenuta spontaneamente tra gli agricoltori con il semplice passaparola.

Il rovescio della medaglia è che la produttività dei campi è molto più bassa che in agricoltura tradizionale, anche se il calo di produzione è compensato dal risparmio dovuto al mancato acquisto di sementi e mezzi tecnici (fertilizzanti, diserbanti ecc.). Inoltre, oggi il mercato in generale e la GDO (Grande Distribuzione Organizzata) in particolare sono molto selettivi nella scelta dei prodotti. Avere prodotti con caratteristiche tecnologiche non omogenee, mette l’agricoltore fuori dal mercato. La soluzione è rivolgersi direttamente al consumatore che è disposto a pagare un prezzo più alto per i prodotti biologici con caratteristiche organolettiche superiori.

Oggi si assiste al monopolio dei semi, associato a quello dei pesticidi (basta pensare che il 70% del mercato è nelle mani di tre corporazioni). Il problema del controllo dei semi non rappresenta solo una criticità etica, con il tempo ha portato alla perdita della biodiversità. Il che, a livello nutrizionale, si traduce in una diminuzione della diversità nella flora batterica intestinale che provoca processi infiammatori. I nutrizionisti concordano sul fatto di come per un sano microbiota intestinale sia fondamentale una dieta quanto più diversificata possibile. E una dieta diversificata richiede un’agricoltura diversificata. Non solo, secondo i risultati preliminari di una sperimentazione condotta da Open Fields (s.r.l. che svolge intermediazione di innovazione, ricerca e sviluppo per conto terzi e formazione in materia agro-industriale), nel contesto del progetto Bio2 (Aumento della competitività delle aziende agricole di montagna e alta collina attraverso la valorizzazione della Biodiversità cerealicola in regime Biologico. Progetto finanziato dalla Misura 16.1 del Piano di Sviluppo Rurale 2014-2020 della Regione Emilia-Romagna), i pani fatti con questi grani evolutivi hanno un rilascio dell’amido più lento e dunque le risposte glicemiche e insulinemiche post-prandiali su soggetti sani sono meno intense e più lunghe. Così si evitano attacchi di fame e situazioni che, a lungo andare, possono portare all’insulino-resistenza. 

Sul metodo evolutivo non è d’accordo Luigi Cattivelli, direttore del Centro di ricerca genomica e bioinformatica del Consiglio per la Ricerca in agricoltura e l’analisi dell’Economia Agraria (CREA), il quale sostiene che mettere le piante in competizione tra di loro non è il metodo giusto per avere varietà migliori. Nel caso dei cereali a paglia, ad esempio, in un miscuglio ha la meglio la pianta più alta, perché intercetta meglio la luce e limita lo sviluppo di quelle vicine. Ma in questo modo si seleziona un tratto che ai fini della produttività della pianta è controproducente. Il miglioramento genetico moderno va verso piante a taglia bassa, che non si allettano, e che investono le proprie energie nelle spighe.

Tuttavia, le Università di Firenze, Bologna e Perugia, nonché un Istituto del Ministero dell’Agricoltura e il CREA di Monsantoro del Tronto hanno cominciato a lavorare sui miscugli per cui oggi ve ne sono di zucchine, pomodori, ceci e fagioli.

La legislazione europea vieta la vendita (ma non la coltivazione) del seme di varietà locali di prodotti agricoli, poiché, non essendo distinte, uniformi e stabili, non possono essere iscritte al catalogo commerciale e dunque sono tecnicamente illegali. Per alcune di queste, nel 2008 la Commissione Europea ha previsto un’eccezione e ogni paese ha potuto iscrivere alcune varietà locali, che vengono definite legalmente: varietà da conservazione. Per fortuna, nel 2014 la comunità europea ha approvato una deroga alla legge sulla uniformità delle sementi che rendeva le sperimentazioni evolutive illegali. Ora questa deroga è stata prorogata fino al 2021, e quasi contemporaneamente è stato approvato un regolamento sulla coltura biologica che consente di coltivare in modo bio le diverse popolazioni.

Il sociologo olandese Jan Douwe Van Der Ploeg nel 2009 ha pubblicato un saggio dal titolo “I nuovi contadini. Le campagne e le risposte alla globalizzazione” in cui fa un’analisi economica sull’agricoltura e conclude che i contadini che sopravvivranno sono quelli che si renderanno autonomi rispetto al mercato globale. Sia perché scelgono un modello agricolo (biologico, agro-ecologico) che li rende indipendenti da semi, fertilizzanti, pesticidi; sia perché hanno costruito intorno a sé una rete sociale (filiere corte) che gli permette di emanciparsi dalla grande distribuzione.

A lungo termine il metodo evolutivo può contribuire a risolvere il problema della futura insufficienza delle produzioni agricole, perché i miscugli possono essere utilizzati nelle aree marginali, in cui il modello agro-industriale non funziona e nemmeno gli OGM, in quanto a tutt’oggi non si riesce ancora a creare OGM che rispondano a necessità mirate (es. scarsità di acqua) perché sono caratteristiche sotto l’influenza di molti geni diversi e il 40% del DNA  delle specie coltivate è sconosciuto. Gli OGM e i miscugli sono metodi totalmente contrapposti, l’approccio OGM è mirato – risolve un problema per volta, modificando i geni coinvolti – quello dei miscugli è olistico – le difficoltà vengono superate con una selezione naturale che le affronta tutte contemporaneamente.

Per quanto riguarda l’Italia, nelle Marche e in Molise è iniziata la trasformazione in pasta del miscuglio di frumento duro: i primi risultati sono più che soddisfacenti. Anche in Puglia, Sicilia e Toscana molti agricoltori stanno scegliendo di passare al metodo evolutivo, anche se il prezzo di queste sementi è circa il triplo rispetto a quelle monovarietà. Con questo metodo si accorcia la filiera tra il contadino e il consumatore finale e si ottengono farine che hanno parametri organolettici diversi e non omologabili a una farina tradizionale e che danno origine a prodotti naturali i quali diventano espressione del territorio in cui il grano è coltivato.

Potrebbe essere l’agricoltura del futuro.

Sitografia

agronotizie.imagelinenetwork.com

http://www.gamberorosso.it

http://www.italiachecambia.org