Lo zucchero semplice e le tasse per scoraggiarne il consumo

Gli stakeholders sono concordi, la tassazione può essere solo una delle tante vie. Un recente studio amplia la discussione

di MARCO MARCHETTI

Il consumo eccessivo di zuccheri raffinati viene spesso associato sia ad un importante aumento di peso che ad una maggior incidenza di patologie cronico degenerative come diabete, ipertensione e tumori.

In passato, allo scopo di preservare una migliore condizione di salute, si sono alternate campagne informative e metodiche repressive tese a scoraggiare tanto il consumo di zucchero raffinato quanto quello di cibo spazzatura. Stando alle linee guida dell’OMS redatte nel 2015, un eccessivo consumo di zuccheri contribuisce ad aumentare l’introito energetico giornaliero e può essere determinante nell’insorgenza di lieve sovrappeso e di conclamata obesità.

Secondo uno studio pubblicato su “The Lancet Diabetes&Endocrinology” nel 2016, una riduzione del 40% del contenuto di zucchero nelle bevande, potrebbe portare, in un arco di tempo di 5 anni, ad una riduzione media di circa 38,4 kcal/giorno entro la fine del quinto anno, con una conseguente riduzione di circa 1,2 kg di peso corporeo.

Già da tempo, attraverso claims ed alert, si sta combattendo una vera e propria guerra al consumo eccessivo di calorie, ma purtroppo anche le campagne più fantasiose come quelle che hanno mirato ad associare l’introito calorico dell’alimento alla quantità di attività fisica necessaria al suo “smaltimento”, hanno avuto uno scarso successo.

Accanto a campagne comunicazionali ed educative si sta facendo largo l’idea di una maggior tassazione dei prodotti (bibite in particolare) troppo zuccherati e dello junk food. L’argomento è molto discusso e gli stakeholder intervistati nello studio: Taxation of sugar sweetened beverages and unhealthy foods: a qualitative study of key opinion leaders’ views. (Tamir O, Cohen-Yogev T, Furman-Assaf S, Endevelt R. Isr J Health Policy Res. 2018 Jul 31;7(1):43. doi: 10.1186/s13584-018-0240-1) non hanno dato unanime consenso.

Se da una parte una maggior spesa avrebbe ripercussioni sulle tasche dei cittadini, dall’altra una nota teoria economica cerca di dare una giustificazione a questo forzoso prelievo.

Il concetto di esternalità infatti spiega come esistano comportamenti personali che causano danni economici alla collettività. Un individuo obeso causerà ricadute negative, oltre che alla sua salute, anche sui conti della sanità pubblica in virtù della maggior spesa che il servizio sanitario dovrà sostenere per curare le patologie strettamente derivanti dall’eccesso di massa grassa.

D’altra parte tassare in modo percentuale il cibo spazzatura produrrebbe un incremento irrisorio del prezzo finale. Una delle caratteristiche del cibo spazzatura è, infatti, quella del basso costo. Il cibo spazzatura costa poco e questa probabilmente è una delle maggiori cause della sua diffusione.

Quale può essere la migliore soluzione è tuttora un argomento alquanto dibattuto. Azzardiamo una nostra ipotesi.

Tassare il cibo spazzatura può essere una soluzione semplice, probabilmente però sarebbe più utile sovvenzionare e supportare economicamente chi produce o utilizza del cibo sano e di qualità.

Poter disporre, ad un costo ragionevole, di cibo sano, nutriente, a basso tenore calorico ma alto valore nutrizionale potrebbe essere la scelta vincente per la salute, per la sostenibilità dei sistemi sanitari dei singoli paesi, oltre a contribuire ad uno sviluppo sostenibile del nostro ecosistema.

Non è possibile dimenticare l’impatto ambientale enormemente differente che hanno, a parità di valori nutrizionali, piatti diversi, in termini di acqua e risorse consumate oltre ai gas prodotti.

Il mangiare sano risulta essere conveniente sia sotto il punto di vista della salute quanto sotto il punto di vista della eco-sostenibilità per cui, a conti fatti, anche sovvenzionandolo potremmo guadagnarci tutti.