Il microbiota migrante

Recenti evidenze indicano che le popolazioni che emigrano in altri paesi tendono ad acquisire il microbiota del paese che li ospita

di GIULIA BIGIONI

La globalizzazione passa anche attraverso il microbiota intestinale, ovvero la popolazione di microrganismi che colonizzano il tratto gastroenterico, è quanto emerge dagli studi di popolazione sulle migrazioni da paesi in via di sviluppo verso le società altamente industrializzate. Se consideriamo, ad esempio, la società americana, come punto di riferimento tra le società industrializzate, ci verrebbe da pensare ad una delle società caratterizzate da un’impronta tra le più multietniche in termini socioculturali. Tuttavia, questa intrinseca variabilità non è invece presente per quelle che sono le abitudini alimentari. La “western diet” è infatti nota per essere tra le abitudini alimentari forse la più monotona, e nata sicuramente più per soddisfare il fabbisogno calorico che un criterio di salute alimentare, ricca di zuccheri, proteine animali e poca fibra, sembrerebbe influenzare la salute indirettamente anche modulando la composizione batterica del tratto gastroenterico.

L’immigrazione, per necessità lavorativa verso gli USA, porta necessariamente con se una certa quota di perdita delle proprie origini, ma di particolare interesse sembra l’acquisizione delle caratteristiche ambientali del paese ospite e una in particolare, il microbiota, sembrerebbe quella più influenzata. Siamo come è noto caratterizzati da una determinata composizione della flora batterica, il microbiota, che sempre di più sappiamo coinvolto nel mantenimento del nostro stato di salute e modifiche della sua composizione possono influenzare tutta una serie di processi fisiopatologici, fino ad arrivare ad uno stato di malattia vera e propria.

L’acquisizione della frequenza di rischio di malattie caratteristiche del paese ospite è un dato epidemiologico spesso riscontrato nelle popolazioni migranti e numerose sono le indagini condotte al fine di trovare una spiegazione logica a questo fenomeno. Nelle malattie che coinvolgono il metabolismo un ruolo di primo piano sembrerebbe associato proprio al microbiota e alla sua composizione, questo è quanto riportato da un gruppo di ricercatori americani sulle pagine di una nota rivista del settore Cell Press. Lo studio ha preso in considerazione 514 soggetti sani provenienti dalla Thaillandia e trasferiti stabilmente negli USA dove vivono e lavorano da tempo. Gli autori si sono rivolti soprattutto alla popolazione femminile e alle nuove generazioni, residenti stabilmente negli USA, rispetto a quella maschile caratterizzata da una movimentazione da un paese ad un altro più accentuata. Quindi sono state considerate 36 donne americane come popolazione di controllo. Mediante le analisi di composizione corporea, abitudini alimentari e composizione del microbiota sono arrivati a tracciare importanti conclusioni. https://doi.org/10.1016/j.cell.2018.10.029

Nella popolazione stabilmente residente negli USA è stato osservato che il microbiota in origine caratterizzato da una prevalenza di batteri del ceppo Prevotella ha progressivamente cambiato la sua composizione in favore di ceppi di Batteroides, caratteristici della popolazione americana. I nomi dei ceppi batterici non ci dicono molto, se non consideriamo le caratteristiche biochimiche di questi batteri. Il primo infatti, il ceppo Prevotella, è caratterizzato da una spiccata capacità di scindere le fibre vegetali, utile quindi nella dieta del sud est asiatico ricca di questo tipo di alimenti. Quando l’apporto dietetico di fibre complesse si riduce, come accade assumendo uno stile di vita occidentale, questi batteri non sono più adatti e utili nel nuovo ambiente, con la conseguenza che il microbiota risultante è più povero dal punto di vista metabolico.

La perdita di funzionalità del microbiota è stata vista aumentare con l’incremento della permanenza negli Stati Uniti d’America, suggerendo che progressivamente si acquisiscono le caratteristiche ambientali del paese ospite, inoltre è stato osservato un incremento nelle popolazioni migranti dell’incidenza di soggetti obesi. In definitiva questi risultati mostrano che l’immigrazione è associata a profonde perturbazioni della composizione del microbiota, soprattutto in termini di perdita della diversità, perdita dei ceppi nativi e soprattutto perdita della capacità di degradazione delle fibre. Cambiamenti che iniziano immediatamente all’arrivo, continuano per i decenni successivi di residenza negli Stati Uniti e sembrerebbero la caratteristica dominante presente negli individui obesi.