A scuola di olio extravergine di oliva

Secondo un’indagine dell’Ismea l’88% degli italiani consuma olio evo, il 7% il bio e solo 2% il Dop e l’Igp. L’Italia è il secondo produttore al mondo dopo la Spagna

di SILVIA BASSI

Su nessuna tavola italiana manca una bottiglia di olio extravergine d’oliva, il condimento per eccellenza e ineguagliabile per qualità e gusto della Dieta Mediterranea. L’Italia è il secondo produttore al mondo di olio, con 432 mila tonnellate, dietro la Spagna, che arriva a 1,2 milioni, e prima della Grecia, con 138 mila tonnellate. Il bel paese è il primo consumatore mondiale d’olio di oliva, con 535 mila tonnellate.

Questi e altri dati sono stati divulgati dall’Ismea www.ismea.it, l’Istituto di servizi per il mercato agricolo alimentare, che, recentemente, ha svolto un’inchiesta sul comportamento del consumatore italiano di fronte agli scaffali della grande distribuzione, dove, nell’ultimo decennio, è notevolmente aumentato lo spazio dedicato all’olio extravergine d’oliva italiano, passato dal 13,3% al 26,6%.

L’indagine Ismea, nonostante questi dati positivi, rileva, tra l’altro, che il consumatore mostra una notevole confusione nei confronti del prodotto, non riuscendo sempre a identificare le differenze tra le varie tipologie (extravergine, vergine, olio d’oliva) oppure l’esatta provenienza (regionale, italiana, extracomunitaria, comunitaria).

Per Raffaele Borriello, direttore generale dell’Ismea, il consumatore passa più tempo di prima a scegliere l’olio di oliva da portare a tavola e a leggere l’etichetta delle bottiglie, rilevando un certo gap di conoscenza, ma questo non sempre si riflette sulle abitudini di acquisto. “I nostri dati ci dicono – sottolinea Borriello – che chi acquista vorrebbe sapere di più sul patrimonio di oli nazionale, e, soprattutto la fascia più giovane, si dimostra molto sensibile sull’origine del prodotto, sulla territorialità e sugli aspetti salutistici. Per questo occorre investire in futuro sull’informazione e sulla comunicazione al consumatore, approfondendo questi aspetti”.

In generale il consumatore, abituato a un “gusto piatto”, ha ancora poca dimestichezza con le svariate caratteristiche organolettiche della grande varietà degli oli italiani, come l’amaro e il piccante, il colore (verde e giallo) e l’aspetto (limpido, opaco). Quando il consumatore non riesce a “capire l’olio”, ripiega sul prezzo e sulle offerte speciali a discapito della qualità.

Per una maggiore consapevolezza salutistica e valorizzazione dell’extravergine d’oliva secondo l’Ismea va ricostruita con campagne d’informazione e comunicazione. Infatti, tra oli d’oliva, extravergine, comunitari, italiani, regionali, Dop e Igp, bio, aromatizzati che vantano proprietà nutraceutiche, tracciabilità e sostenibilità – parole che spesso non hanno un significato comprensibile – per il consumatore è facile perdere l’orientamento.

Tra i consigli suggeriti dall’Istituto di servizi per il mercato agricolo alimentare, ci sono quelli di promuovere la competenza del consumatore, lavorando anche nelle scuole, e poi di analizzare e spiegare il prezzo dell’olio extravergine, permettendo di capire dove e a quale costo, si genera la qualità e la differenza di prezzo. Senza queste informazioni si corre il rischio di spingere i consumatori verso l’acquisto di prodotti sostitutivi dell’olio extravergine, come i vari oli di semi (lino, mandorle, riso, canapa) che non hanno le proprietà nutrizionali e salutistiche dell’olio evo.