La “natura” della plastica

Il Bisfenolo A è uno dei più temibili interferenti endocrini per la salute ancora sotto osservazione

di GIULIA BIGIONI

L’autorità europea per la sicurezza alimentare, l’ EFSA, è tornata a valutare l’uso della plastica per i contenitori degli alimenti ed in particolare si è focalizzata sul Bisfenolo-A (BPA) una delle principali sostanze chimiche usate nella produzione di plastiche e resine (http://www.efsa.europa.eu/it/topics/topic/bisphenol).

La plastica, entrata oramai a far parte del nostro universo quotidiano utilissima nelle sue molteplici applicazioni è tuttavia diventata sinonimo di contaminazione e inquinamento, difficile da smaltire, responsabile dei più svariati disastri ecologici e immagine dell’umana trasformazione del mondo che ci circonda. Trasformazione del mondo esterno che nostro malgrado condiziona anche la nostra natura biologica di esseri viventi che ci vivono. L’uso quotidiano della plastica, dai contenitori per alimenti, alle padelle antiaderenti e a seguire: imballaggi, vernici, carta per alimenti, incensi, piatti e bicchieri fino anche al biberon nei lattanti ha purtroppo un costo salutare che si sta rivelando nel tempo sempre più elevato.

Usato soprattutto per la produzione di oggetti in policarbonato il BPA viene ceduto negli alimenti che sono stati conservati nei contenitori di questo materiale. Se sembra impossibile bandire contenitori comunissimi, l’unica soluzione è quella di limitarne l’uso o dettare delle regole di condotta mirate a ridurre l’esposizione a questo agente.

I consigli sono tanti, dall’evitare di versare cibi ancora caldi nei recipienti al non usare contenitori deteriorati o danneggiati e cosi via.

Il pericolo associato al contatto con il BPA non è di poco conto, stando al parere di diversi esperti del settore. La sostanza è infatti catalogata all’interno della grande famiglia dei cosiddetti interferenti endocrini, sostanze che vanno ad interferire con i delicati meccanismi ormonali preposti alla regolazione della crescita, della fertilità, fino ad essere la causa dei tumori ormono-dipendenti.

Alla luce di questo, gli esperti dell’EFSA di diverse nazioni europee designati dai rispettivi governi hanno partecipato al gruppo di lavoro per la definizione di un nuovo protocollo scientifico finalizzato ad analizzare nuovi dati sulle concentrazioni del PBA nelle varie matrici alimentari, programma che dovrebbe partire a gennaio di quest’anno.

L’EFSA già in passato aveva esaminato la pericolosità del PBA arrivando a limitare l’esposizione giornaliera di questo composto e stabilendo il limite a 4 microgrammi per kg di peso corporeo/giorno. Questo, considerato nel 2015 un limite temporaneo, oggi torna ad essere messo in discussione nell’ottica di armonizzare i dati europei con quelli dello studio americano denominato Clarity-BPA, dell’Istituto nazionale di scienze della salute ambientale (NIEHS) insieme alla Food and Drug Administration (FDA) e al National Toxicology Program (NTP).

Il progresso deve essere sostenibile ed in armonia con la nostra natura di esseri viventi in un ambiente che abbiamo trasformato forse ormai in modo irreversibile ma che possiamo ancora tentare di mantenere in una forma accettabile per noi e per le generazioni che verranno.