Free-From: il benessere “senza” qualcosa

L’ultima tendenza in fatto di diete e salutismo è eliminare qualche alimento dal proprio piatto anche se non si hanno intolleranze e allergie

di SILVIA BASSI

C’è chi esclude i lieviti e chi i latticini, chi il lattosio, chi il glutine. Eliminare un tipo di alimento dal proprio menu è ormai diventato una vera e propria moda in fatto di diete e salutismo. I prodotti free-from sono quelli che non contengono gli ingredienti che provocano intolleranze o allergie alimentari, ma si consumano semplicemente anche come alternativa dietetica nella propria alimentazione. Spesso intolleranze e allergie non c’entrano. Si decide di modificare la propria alimentazione convincendosi sia l’origine di gonfiore o pesantezza o con l’obiettivo di perdere peso e avere un aspetto migliore.

Questa tendenza del free-from, anche se non sempre giustificata da intolleranze e allergie diagnosticate dal medico, conquista sempre di più i consumatori italiani, tanto che, nel 2016, i prodotti alimentari “senza” qualcosa, dai grassi agli Ogm, dall’olio di palma ai conservanti, ha generato un giro di affari di oltre 6 miliardi di euro con il +2,3% rispetto al 2015. Infatti, secondo i dati rilevati dall’Osservatorio Immagino di GS1 Italy e Nielsen (www.nielsen.com) che ha analizzato le etichette di 36.000 prodotti, esclusi acqua e alcolici, per verificare la presenza di richiami al free-from, sono stati individuati 6.711 prodotti presentati come “senza” o “a basso contenuto” di qualcosa e identificati i diversi claim più presenti sulle etichette.

Dall’analisi dell’Osservatorio Immagino è emerso che il claim più diffuso nel mondo dei free-from è “senza conservanti”, presente sull’8,5% dei 36.000 prodotti alimentari monitorati, per una quota del 12,7% sul giro d’affari complessivo. Si inseriscono nella linea di richiamo alla riduzione degli additivi anche il “senza coloranti”, che accomuna il 4,3% dei prodotti, quello “senza OGM” (presente sull’1,9% delle etichette), il “senza grassi idrogenati” (1,7%) e il “senza aspartame” (0,1%).

Le vendite dei prodotti con questi slogan, però, sono in diminuzione, mentre crescono quelle che rispecchiano meglio le nuove sensibilità dei consumatori in fatto di alimentazione. Come “senza additivi”, presente sull’1,9% delle etichette e con un business in aumento annuo del 3,8%. Bilancio positivo anche per le vendite di prodotti “senza sale” (+15,2%), “senza olio di palma” (+13,5%), “senza zuccheri aggiunti” (+10,5%), “senza grassi saturi” (+6,9%), con “poche calorie” (+3,3%), “privi” o a” minor contenuto” di grassi (+2,2%) o di zuccheri (+2,1%).

Ma, a trainare il settore del free-from è lo scaffale del gluten free, senza glutine, con una crescita del 27% che non conosce crisi, con un fatturato nel 2016 di 320 milioni di euro. Il glutine è un complesso proteico presente in alcuni cereali (frumento, segale, orzo, avena, farro, kamut) che, per i celiaci provoca gravi danni alla mucosa intestinale e per cui è necessaria una dieta che ne elimini l’assunzione.

Se in principio i nemici delle diete erano zuccheri e grassi, ora si è passati alla lista nera dei cibi che possono provocare intolleranze e allergie, come glutine, lattosio e lieviti. L’idea di base risiede nella convinzione che ciò che fa male agli altri possa danneggiare anche noi. Eliminare un intero gruppo di alimenti sembra più semplice che imparare a mangiare con moderazione. I nutrizionisti disdegnano comportamenti auto punitivi di questo tipo senza una certificata motivazione, incentivando invece una presa di coscienza di quantità e metodi di nutrizione.