La cucina nel cinema. Un’eterna sinergia che diventa disciplina

Intermezzo sfizioso, custode di rivelazioni, protagonista o comparsa, la cucina ha sempre avuto un ruolo decisivo e definito nelle rappresentazioni cinematografiche, tanto da meritare una disciplina didattica dedicata

di GIULIA GEMMA

Rispetto ai “grandi temi” come l’amore, la morte o l’amicizia, la cucina nel cinema sembra avere un ruolo di secondo piano, ma quanto tempo vi occorre per scovare nei meandri della memoria un film, di una certa rilevanza culturale, in cui non sia presente almeno una scena conviviale? La ragione è tanto semplice da sembrare ovvia e pertanto a volte sottovalutata. Quella che amiamo definire “finzione cinematografica”, che ci piaccia o no, ricama storie fatte di desideri, di aspettative, di passioni e di ricordi verso i quali proiettiamo noi stessi, in una parola il cinema è evocazione, esattamente come il cibo.

Storie di cibo e cinema

Muovendosi agilmente tra fiction e realtà, la cucina rappresenta quello che siamo nel più semplice dei modi, racconta la vita meglio di tante parole e la sua presenza in scena, a volte importante, a volte discreta, garantisce quell’immedesimazione inevitabile che trasforma un film in un buon film.

Ci vorrebbe un’enciclopedia per creare un elenco completo, perciò proviamo a ripercorrere la storia della cucina nel cinema pizzicando alcuni esempi di pellicole in cui il cibo è la chiave di volta che svela il messaggio e dona forma e carattere ai personaggi, partendo da cult internazionali per arrivare alle pietre miliari di casa nostra.

  • L’apoteosi della cucina nel cinema è raccontata ne Il pranzo di Babette, di Gabriel Axel, in cui la protagonista rende il cibo una forma d’arte grazie alla quale riaffiorano i più bei ricordi di chi siede alla sua tavola.
  • Il potere taumaturgico del cibo è l’arma segreta di Chocolat, di Lasse Hallström, in cui la preparazione di dolci diventa il perno attorno al quale ruota il turbine di passione che sconvolge la vita degli abitanti di una cittadina francese.
  • La “ciboterapia” è il filo conduttore di Mangia, prega, ama, di Ryan Murphy, in cui la protagonista riscopre il gusto della vita grazie alla tradizione culinaria di una terra straniera.
 La cucina nel cinema: scena tratta dal film Mangia, prega, ama, 2010. Crediti immagine  www.circuitoturismo.it
La cucina nel cinema: scena tratta dal film Mangia, prega, ama, 2010. Crediti immagine http://www.circuitoturismo.it

In Italia, dove ancor di più l’identità culturale è legata alle abitudini alimentari e ai momenti conviviali, le sceneggiature hanno sempre riservato al cibo un ruolo rilevante, per sottolineare il contesto sociale o il profilo psicologico dei personaggi.

  • Il cibo come incarnazione del malessere sociale ne La grande abbuffata, di Marco Ferreri. Allegoria del male di esistere proiettato nel rapporto con il cibo, che passa da fonte di vita a causa di morte.
  • Un piatto della tradizione popolare diventa veicolo di denuncia sociale ne I soliti idioti, di Mario Monicelli. Una commedia dal retrogusto amaro in cui l’unico bottino di un gruppo di ladri sfortunati e maldestri, è un piatto di pasta e ceci.
  • La cucina come luogo di incontro e di confronto, nel quale si intrecciano le storie d’amore, di amicizia e di uguaglianza del film di Ferzan Ozpetek le Fate ignoranti.
La cucina nel cinema: scena tratta dal film I soliti ignoti, 1958. Crediti immagine www.filmforlife.org
La cucina nel cinema: scena tratta dal film I soliti ignoti, 1958. Crediti immagine http://www.filmforlife.org

La cucina cinematografica

A tessere la trama di queste storie c’è un folto gruppo di professionisti seri e appassionati, alcuni ricoprono i ruoli più noti del settore, altri, in sordina, si occupano di curare alla perfezione l’aspetto culinario delle pietanze in scena e degli ambienti ad esse collegati, con l’obiettivo portare oltre lo schermo profumi e sapori che per un certo lasso di tempo percepiamo come reali.

Uno di questi è lo chef Alberto Colacchio, patron di Al 59, seconda casa di personaggi come Gasman e Fellini e chef di produzione Rai, che dirige il corso di Cucina Cinematografica all’Accademia Cinematografica di Taranto.

Perché un corso di cucina in una scuola di cinema? Per tante ragioni che convergono in uno scopo unico, formare professionisti specializzati in cucina di qualità come riconoscimento del ruolo creativo del cibo nel cinema. Le tematiche affrontate sono tante, dalla storia della cucina cinematografica, al food design, all’impiattamento di scena, allo studio degli alimenti pensato nell’ottica di supporto al set.

Le professionalità emergenti apparterranno alle due macroaree del “davanti e dietro le quinte”. I corsi spaziano dal coaching per gli attori chiamati a recitare scene ambientate in cucina e a tavola, alla rigida disciplina con cui preparare menù peculiari per tipologia ed esigenza, come ad esempio quelli destinati ad uno staff attivo anche per 12 ore, fino all’attenzione per gli standard di sicurezza all’interno di “cucine improvvisate”.
La preparazione è lunga e approfondita ma il risultato è quello che da sempre, nella storia del cinema, rende possibile il connubio tra la cucina e la settima arte, uno sposalizio che ci ha regalato scene indimenticabili entrate a far parte del nostro bagaglio culturale al pari delle esperienze di vita vissuta.