La natura amica e nemica. I prodotti italiani in pericolo a causa del terremoto

Il terremoto che ha spezzato il centro Italia ha portato con sé numerosi danni collaterali, tra cui quelli causati al patrimonio agroalimentare

di GIULIA GEMMA

Il terremoto è un fenomeno legato alla terra. Leggendo e osservando il mondo che ci circonda siamo abituati ad assegnare alla nostra specie la responsabilità più grande dei danni irreversibili subiti dall’ecosistema. Il surriscaldamento globale, lo sfruttamento scellerato delle risorse, lo stravolgimento dell’equilibrio naturale sono soltanto alcune delle conseguenze che il “progresso” economico e culturale ha trascinato con sé, coinvolgendo inesorabilmente ogni essere vivente del pianeta. La lista degli effetti collaterali è lunga e include piaghe sempre più preoccupanti come la deforestazione, la desertificazione o la sparizione di specie vegetali e animali che da migliaia di anni proliferavano indisturbate. Come la storia ci ha insegnato, a mescolare improvvisamente le carte in tavola, senza alcun preavviso e possibilità di controllo, provvede ciclicamente la natura stessa, scatenando fenomeni che da sempre fanno parte della vita del pianeta, in perenne mutamento e trasformazione. La sventura di trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato è la questione che più di ogni altra l’Italia in questi mesi sta affrontando da quando, il 24 agosto e il 26 ottobre 2016, la terra ha iniziato a tremare.

Analizzare i danni causati dal terremoto in Centro Italia è un’operazione delicata e spinosa già abbondantemente presa in causa dagli esperti, ma in questa sede è doveroso mettere in luce un aspetto poco raccontato dai media, quello delle ripercussioni sull’economia e sul patrimonio agroalimentare del nostro paese. Accumoli, Amatrice, i territori del Norcino e tutti i centri interessati dal sisma sono luoghi nei quali, tra le fonti di sussistenza, giocano il ruolo più importante l’agricoltura e l’allevamento. La densità delle aziende agricole nelle aree terremotate è quasi il triplo della media nazionale e i 2/3 della superficie coltivabile sono destinati a prati e pascoli per il bestiame. Un intero settore messo in ginocchio che, secondo la Cia – Agricoltori italiani, sta perdendo circa 100 milioni di euro a settimana. A farne le spese una lista di prodotti tipici conservati da secoli, alcuni dei quali tra le punte di diamante delle eccellenze made in Italy.

I prodotti

I prodotti a rischio dopo il terremoto: la lenticchia di Castelluccio. Foto presa da pixabay.com
I prodotti a rischio dopo il terremoto: la lenticchia di Castelluccio. Foto presa da pixabay.com

Saltano all’occhio immediatamente delle vere e proprie star come la lenticchia di Castelluccio, uno dei legumi italiani più ricercati, coltivata nel cuore del Parco dei Monti Sibillini da oltre cinquemila anni, il tartufo nero di Norcia, nato secondo gli antichi greci dall’unione di acqua e fulmini, talmente esclusivo da meritare appositi studi scientifici, il guanciale amatriciano, ingrediente principale della pasta alla amatriciana, forse il primo piatto italiano più famoso del mondo. Questi prodotti, godendo di fama internazionale, sono diventati protagonisti di numerose iniziative solidali, ma ci sono tante altre specialità a rischio che giocano un ruolo fondamentale nell’economia territoriale e nazionale.

Tra i prodotti di origine animale abbiamo la caciotta dolce e la ricotta salata di Norcia, il pecorino di fossa della provincia di Rieti, realizzati esclusivamente con latte ovino e vaccino di allevamenti locali, Il ciauscolo marchigiano, lavorato con la ricetta tradizionale tramandata da famiglie di produttori.

Legumi come il delicato fagiolo di Borbontino e quello di Cave, una rarissima varietà dal sapore unico conferito dal terreno, la cicerchia, tipica della cucina tradizionale, coltivata in numerose zone dell’Italia centrale. Il farro di Monteleone di Spoleto, unico farro DOP italiano dalla produzione antichissima, con il quale vengono realizzati anche tanti prodotti da forno tipici.

zafferano cascia

Lo zafferano di Cascia, coltivazione delicatissima permessa dal terreno e dal clima favorevoli della zona, la preziosa mela rosa dei Monti Sibillini, presidio slow food, molto ricercata per la sua polpa agrodolce. Tra i tuberi spiccano la patata di Leonessa, la patata turchesa di Amatrice e quella rossa di Colfiorito, vere eccellenze che hanno conquistato il mercato internazionale. A chiudere la lista, purtroppo soltanto parziale, le immancabili protagoniste dell’antipasto italiano, le squisite olive ascolane.

Nel piano del Governo per la ricostruzione sono previste ingenti somme da investire per le centinaia di piccole aziende e produttori locali, con l’obiettivo di rilanciare tutto il tessuto agricolo della zona, valorizzando i prodotti locali e salvaguardando l’identità rurale. La speranza è che il piano diventi presto realtà, tanto da formare un pezzo del puzzle della nuova vita che una terra piegata dalla sofferenza merita di avere per non spezzarsi.