Il gusto delle cose semplici

…Confettura di ricordi spalmata su pane casereccio con lievito MADRE!

di MAURIZIO MANZO

Sicuramente mio nonno, per tutti in paese <<z’Lbbràt>>, non avrebbe mai immaginato che gli alberi da frutto della sua terra potessero tornare a fiorire ridipingendo un Eden verso il quale, noi esuli della megalopoli contemporanea, potessimo anelare nuovamente per fuggire da una terra violentata, deturpata e consumata: terra di fuochi, di orticelli coltivati per abietti scopi, di economie dove regna sovrana la vana cupidigia di denaro, di climi insopportabili e aria insalubre, di cibi prodotti in serie senza passione né sapore, di ritmi frenetici e rumori assordanti, di rapporti umani prossimi allo zero, di destini che si rincorrono sul filo e finiscono intrappolati nella rete o spezzati sulle strade, di sogni recisi… che qui, tra silenzi verdi, profumi caldi e morbidi ricordi possono ancora generare magiche sinestesie per quella genuina semplicità che il credo “de’ Moulins”, professato nella sacralità della tradizione, ha saputo custodire nei segreti luoghi dell’anima.

…Ricordo ancora bene quando, bambino, trascorrevo i mesi estivi dai nonni in montagna a contatto con i colori e i profumi della campagna molisana: forse il periodo più spensieratamente leggiadro della mia vita dove la polverosa mietitura e il dorato raccolto delle messi rappresentava un rito -ancora del tutto avulso, nei miei pensieri, da ogni contaminazione dolorosamente metaforica- che faceva d’antifona all’abbacinante molitura e alla fragrante panificazione del frumento.

Fare memoria oggi di quei momenti significa riportare in auge un bagaglio di esperienze quanto mai ricco che, sugli spartiti della tradizione, genera non soltanto arie nostalgiche bensì il desiderio di narrare il gusto delle cose semplici: alberi ornati di maturi e gustosi frutti cui tendere ambiziosamente la mano; filari di viti che pettinano la terra accogliendo tra i loro tralci piantine di fagioli, pomodori e insalata; sorgenti d’acqua fresca e incontaminata che irrompono improvvise per dissetare dal caldo canto delle cicale; masserie popolate di ruspanti animali domestici; e ancora: sentieri di campagna, mulini, frantoi, forni, cucine e cantine che ti rapiscono con fare accogliente e genuino per restituirti uno spaccato di familiare convivialità.

Ognuno di questi luoghi è un concentrato di esperienze, di voci, di racconti, di profumi e gusti che prendono forma e si materializzano in modo tanto più autentico quanto più forti erano le relazioni che si stabilivano tra di loro in una sorta di grande, unica, allargatissima “famiglia diffusa” dove l’esperienza che più sapeva di autentico era proprio quella legata alla condivisione del cibo: un cibo esso stesso esperienza del sapiente lavoro di mani amiche della terra che ben sapevano lavorarla e custodirla a regola d’arte come un prezioso cretto di Burri; che sapevano attendere e rispettare con pazienza la rugiada della notte e il calore del giorno quali preziosi elementi vitali della natura; che sapevano raccogliere al momento giusto.

Per non dire poi di come i preziosi frutti della terra venivano custoditi, scambiati, riposti, conservati e trasformati, semplicemente avvalendosi di quanto la creazione ha messo da sempre a disposizione delle loro mani: l’acqua, l’aria, la terra, il fuoco …era tutto lì e bastava solo quello per scrivere storie che parlassero di cibo in modo semplice, prelibato e raffinato.

Tutto aveva il sapore di una tipicità così familiare da apparire semplicemente scontato e strutturarsi inconsapevolmente come indelebile ricordo: penso all’aroma della fogliolina di basilico che finiva in bottiglia prima di coniugarsi con la passata di pomodoro, oppure a quell’irresistibile cucchiaio di legno intriso di frutta che girava, girava, girava in pentola per regalarti poi …dolci emozioni! O ancora: al soave e inebriante profumo del pane cotto a legna nel forno refrattario di casa, spolverato della brace in eccesso con una saggina di ginestre!

Tutto questo -e altro ancora-  oggi purtroppo è andato perso o comunque in via di estinzione: tanti cibi non parlano più il linguaggio della tipicità, tante cucine sono rimaste vuote e non si celebra neppure più il sacro rito della condivisione del pane attorno a una mensa, cosa che una volta generava dialogo, narrazione, trasmissione naturale anche dei saperi culinari.

Io, a dire il vero, sono stato fortunato in questo poiché avevi ventitre anni Madre quando, mentre fluttuavo liberamente nel buio misterioso del tuo grembo tu, conseguita la qualifica di economia domestica, già mi trasmettevi questi geni rurali come patrimonio per la vita.

…Purtroppo, ne avevi solo sessantatre, quando Benedetto XVI aveva annunciato da pochi giorni le sue storiche dimissioni dall’incarico di pontefice, il colore giallo del Vaticano sembrava quello destinato a dominare le scene e invece arrivò fulmineo lo zafferano dei tuoi occhi a congedare ogni speranza: una sentenza inappellabile, una ferita insanabile, un dolore incolmabile e rapita forse anche tu dalla “nube” o dall’ingovernabilità del caso, dopo un materno abbraccio di addio alla terra sei emigrata per sempre verso la mente del Gigante, luogo etereo dove solo nell’onirico riesco talvolta a far volare lontano il mio pensiero per contemplare insieme qualche attimo di eternità prima di risvegliarmi, come esile farfalla, nel labirinto della vita e con occhi umidi di malinconia, tornare in cucina a preparare la colazione, così come hai fatto tu per tanti anni, prima d’iniziare una nuova giornata.

…Vorrei chiederti solo una cosa ancora, o Madre: quando le lacrime, come acqua viva che sgorga dal tuo grembo, arrivano improvvise a bagnare le mie guance, tergile come facevi quando mi tenevi bambino sulle tue ginocchia; in fondo, la mia condizione di essere umano non è cambiata. In un certo senso, siamo solo tornati a vivere quella simbiosi prenatale così intimamente oscura e misteriosa nella quale tu, Mamma, probabilmente mi avvolgi e mi custodisci ora, forse più di allora, in attesa di tornare a veder presto, insieme, lievitare nuovamente il pane dell’Aurora!

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Pane casereccio (ingredienti) Farina di grano tenero, patate, acqua, sale, lievito madre.marmellata2