Frutti dimenticati: il corbezzolo

Uno dei tanti doni della nostra terra che stanno scomparendo, da conoscere e amare

di CARMEN COLICA

I corbezzoli, sono i piccoli frutti rossi di una bella pianta arbustiva sempre verde (Arbutus unedo L.) della famiglia delle Ericacee (la stessa dei mirtilli) tipica della macchia mediterranea, diffusissima in Calabria – ma anche in Puglia, Marche, Cilento e, in generale, nelle regioni a clima mediterraneo – che cresce da quote bassissime fino agli 800 metri, in clima semi-arido.

Corbezzolo: pianta (fonte https://sites.google.com/site/vivariumcalabresearbusti/home/corbezzolo)
Corbezzolo: pianta (fonte https://sites.google.com/site/vivariumcalabresearbusti/home/corbezzolo)

Il nome calabrese di questa bacca è cacumbero dal greco κόμαρος (pron. kòmaros).

Il corbezzolo selvatico è ancora alquanto diffuso in Calabria nelle zone collinari. Il suo legno, considerato molto pregiato in quanto solido e resistente agli insetti, viene utilizzato soprattutto per gli arrosti, grazie alle sue caratteristiche aromatiche. In passato le foglie del corbezzolo, essendo ricche di tannini e arbutina, (una forma mono-glucosidica dell’idrochinone), venivano utilizzate per la concia delle pelli. 

Questa pianta fiorisce in autunno avanzato, producendo grappoli di fiori bianchi a forma di campanella che danno i frutti l’anno successivo e così, tra novembre e dicembre, sono presenti contemporaneamente sia i fiori che i frutti, cosa che la rende particolarmente ornamentale, per la presenza sull’albero di tre vivaci colori: il rosso dei frutti, il bianco dei fiori e il verde delle foglie. Questa particolarità ha fatto si che nel periodo risorgimentale fosse ritenuta il simbolo del tricolore italiano e fosse soprannominato la “pianta di Garibaldi”.

A questo proposito (considerato anche che è una pianta a crescita rapida, longeva e può diventare plurisecolare), Giovanni Pascoli gli dedicò un’opera: “Ode al corbezzolo”. Ecco i  versi iniziali che sottolineano queste sue caratteristiche:

O tu che, quando a un alito del cielo

i pruni e i bronchi aprono il boccio tutti,

tu no, già porti, dalla neve e il gelo

salvi, i tuoi frutti;

e ti dà gioia e ti dà forza al volo 

verso la vita ciò che altrui le toglie,

ché metti i fiori quando ogni altro al suolo

getta le foglie;

i bianchi fiori metti quando rosse

hai già le bacche, e ricominci eterno, 

quasi per gli altri ma per te non fosse

l’ozio del verno;

o verde albero italico, il tuo maggio

è nella bruma: s’anche tutto muora,

tu il giovanile gonfalon selvaggio 

spieghi alla bora;

….

Ma il cacumbaro o corbezzolo che dir si voglia, è stato citato da tanti: ad esempio, da Ovidio nella Metamorfosi, descrivendo la vita nell’Età dell’oro; da Virgilio nell’Eneide, come immancabile fiore sulla tomba dei defunti; Plinio il Vecchio nella sua Naturalis Historia assegnò alla pianta il nome unedo (unum = uno e edo = mangio), in quanto, contrariamente all’opinione comune, sosteneva che esso fosse insipido e che quindi dopo averne mangiato uno non veniva voglia di mangiarne più.

I frutti maturi, molto saporiti, sono bacche sferiche, carnose e rosse di un paio di  centimetri di diametro ricoperte di piccoli tubercoli, granulosi all’esterno dalla polpa carnosa e gialla, essi contengono circa il 15% di zuccheri, pectine, luppolo, arbutina, flavonoidi, vari steroli e vitamine. Ottimi da consumare al naturale, con zucchero o aggiunti ad insalate, sotto spirito o trasformati in confetture, acquavite, infusi, vini, liquori, canditi e sciroppi.

Oltre ad essere molto bello, il corbezzolo ha notevoli proprietà terapeutiche: è astringente, antidiarroico, antinfiammatorio, antispasmodico e inoltre diuretico e antisettico delle vie urinarie, le stesse proprietà, più concentrate, sono possedute dalle foglie del corbezzolo, ricche di tannini e fenoli dall’alto potere antiossidante, che venivano utilizzate in decotto.

Ma attenzione a non abusarne nel mangiarli! I frutti del corbezzolo infatti contengono un alcaloide, che se ingerito in quantità produce un senso di ubriachezza e vertigine (per questo in Calabria cacumbaro è un epiteto che si usa come sinonimo di ebete), una caratteristica conosciuta già nell’antichità. Probabilmente per questo motivo i Romani pensavano che i corbezzoli avessero poteri magici e usavano appenderne in casa un ramoscello con tre frutti, usanza che si perpetua in Calabria nel periodo natalizio quando i bei rami dai frutti rossi adornano il presepe e il caminetto a mo’ di piccoli alberi di Natale. Nei riti bacchici gli affiliati si incoronavano con i rami della pianta e consumavano grandi quantità di corbezzoli; nelle Marche, e specificamente nella zona del promontorio di Monte Conero (su cui sorge Ancona), una secolare tradizione oggi in disuso, che perpetua tali riti rivisitandoli in chiave cristiana, voleva che gli abitanti della zona accorressero nel giorno dei santi Simone e Giuda (28 ottobre) nelle selve per cibarsi abbondantemente dei frutti del corbezzolo incoronandosi dei rami della pianta.

Ottimo, anche se raro, è anche il miele di corbezzolo che ha proprietà balsamiche, antisettiche, antispasmodiche.

Ma, tra le tante virtù possedute dal corbezzolo, la più straordinaria è senz’altro quella di essere una delle specie mediterranee che meglio si adatta agli incendi, in quanto reagisce vigorosamente al passaggio del fuoco emettendo nuovi polloni, soprattutto su terreni acidi e sub-acidi.

Un’altra delle tante specie autoctone che andrebbero preservate per salvaguardare la biodiversità mediterranea.