Il “pasticcio” sull’origine del grano nell’etichetta

Dal 17 febbraio è obbligatorio indicare sulle confezioni di pasta l’origine del frumento, ma da maggio 2018 un nuovo regolamento comunitario sostituirà la normativa italiana

di SILVIA BASSI

Entra in vigore sabato prossimo 17 febbraio il decreto legge del 26 luglio 2017 che obbliga le aziende italiane a indicare sulle confezioni di pasta l’origine del grano e del riso e quello in cui il grano è stato macinato. Il provvedimento governativo stabilisce le seguenti diciture: Paesi Ue, Paesi non Ue, Paesi Ue e non Ue. Invece, se il grano duro è coltivato almeno per il 50% in un solo Paese, come ad esempio l’Italia, si potrà usare la dicitura: Italia e altri Paesi Ue e/o non Ue.

In questo modo però il consumatore riceve un’informazione parziale perché non può capire se il grano non italiano è canadese o francese, o se il riso arriva dalla Cina o dal Vietnam. Da notare, poi, che la normativa sull’origine del grano si applica solo sulla pasta e non, ad esempio, sui derivati da forno, come pane, pizza, crostini, biscotti, dolci, grissini, ecc.

Fin dall’inizio l’Aidepi (Associazione delle industrie del dolce e della pasta italiane) www.aidepi.it si era dimostrata contraria e perplessa sulla nuova normativa, difesa invece a spada tratta dalla Coldiretti, in quanto “non è attraverso l’origine del grano che si dichiara la qualità della pasta, ma dal saper fare il pastaio”. Altra importante considerazione è che la produzione del grano duro italiano non è sufficiente per rispondere alla grande richiesta dei consumatori di tutto il mondo per questo eccellente prodotto del “made in Italy”.

Abbiamo cercato di sostenere le nostre idee, che non sono state accolte dal legislatore – sottolinea il presidente di Aidepi Federico Felicetti – e così le prime confezioni sono già sul mercato. Riteniamo che ci sia stata una spinta in avanti troppo rapida. A partire dal secondo quadrimestre del 2018, infatti, arriverà il regolamento europeo che sostituirà la nuova normativa. La cosa più grave è aver creato l’idea che il grano italiano sia meglio di quello estero: ciò potrebbe ridurre la qualità della materia prima utilizzata”.

Prima che la “pasticciata” legge italiana del luglio 2017 entri in vigore nei prossimi giorni, è ormai già vecchia e superata nei fatti. Il regolamento Ue sarà applicabile in tutti gli stati membri e stabilirà che l’indicazione di provenienza della materia prima di un prodotto non è un’informazione obbligatoria, bensì facoltativa. La normativa Ue varrà per tutti i settori alimentari e non solo per il grano utilizzato per la pasta. Riguarderà quella che viene considerata di caso in caso la “materia prima principale” alla base di determinato alimento, come succhi di frutta, legumi, olio, miele, ecc.

Oggigiorno, il grano duro utilizzato per produrre la pasta italiana viene dall’estero in una percentuale variabile tra il 25% e il 35%, a seconda della stagione e della resa produttiva dei raccolti. In definitiva, un conto è il Paese di provenienza della materia prima e un altro è quello della sua trasformazione: il 99% di tutta la semola che si utilizza viene macinata in Italia.