Il pizzaiuolo napoletano è patrimonio dell’Unesco

Il prestigioso riconoscimento è arrivato nella notte dalla Corea del Sud con voto unanime. Per il ministro Martina è una “Vittoria per l’identità enogastronomica italiana”

di GIULIA BIGIONI

L’arte del pizzaiuolo napoletano è ora un patrimonio culturale dell’Umanità dell’Unesco. Il prestigioso riconoscimento è arrivato nella notte dall’isola vulcanica di Jeju, in Corea del Sud, dove era riunito il Comitato intergovernativo dell’Unesco per la salvaguardia del patrimonio culturale immateriale.

Appena la notizia si è diffusa il ministro delle Politiche agricole, forestali e alimentari Maurizio Martina ha diffuso su Twitter la sua grande soddisfazione “Vittoria! Identità enogastronomica italiana sempre più tutelata nel mondo“.  

Il prestigioso riconoscimento dell’unicità all’arte del pizzaiuolo napoletano nel mondo arriva dopo 8 anni di negoziati internazionali. Per sollecitare i membri del comitato dell’Unesco era stata consegnata anche una petizione con due milioni di firme, promossa dalla Fondazione Univerde www.fondazioneuniverde.it e dalle associazioni della pizza napoletana nel mondo. Si è trattato di una candidatura più popolare che mai sia arrivata all’Unesco che, nelle sue decisioni, tiene molto in considerazione la società civile.

L’iscrizione dell’Arte del pizzaiuolo napoletano nella lista rappresentativa dei beni mondiali dell’Unesco, oltre che ad un indiscusso riconoscimento del made in Italy nel campo dell’alimentazione di qualità, rappresenta anche una grande risultato per Napoli dove la pizza è nata e dove la si mangia ovunque portandola di nuovo all’attenzione internazionale.

In previsione del riconoscimento dell’Unesco per l’arte del pizzaiuolo napoletano alla vigilia della storica decisione nella Torre Giardino del Bosco di Capodimonte, alcuni tra i pizzaioli storici della città hanno riacceso il fuoco del forno dove è stata inventata la prima pizza, la Margherita, appunto. Nel Casamento Torre, infatti, si trova un antico forno di campagna nel quale, nel 1889, il pizzaiolo Raffaele Esposito, della pizzeria Brandi, preparò tre pizze per la regina Margherita di Savoia che gli chiese di assaggiare la pizza. La regina preferì quella con la mozzarella e il pomodoro che, in suo onore, fu chiamata Margherita.

La pizza buona è un diritto di tutti – ha detto Gino Sorbillo, di una delle pizzerie più antiche del centro storico di Napoli – È un diritto riconoscere il nostro mestiere, che è un’arte, come patrimonio mondiale”. Il pizzaiolo Enzo Coccia ha evidenziato che “avevamo già una nostra identità di pizzaioli”, ma, con il riconoscimento Unesco “cambia lo sviluppo di questo mestiere che rappresenta il futuro non solo per la città, ma anche per tanti ragazzi che si avvicinano a questo mestiere”.

Acqua, farina, pomodoro, mozzarella, basilico e olio: tutti prodotti genuini che contribuiscono a rendere la pizza una bontà. E l’Unesco ha voluto premiare l’arte del pizzaiuolo napoletano non tanto per il suo fattore commerciale quanto per questa sua antica arte culturale che si tramanda di generazione in generazione.